Lunedì, 06 Settembre 2021 12:57

I rifiuti fanno male...

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Pensate voglia scrivere quanto si soffra per un rifiuto in amore? No, tranquilli. Affronterò un altro genere di rifiuti, che oltre a far male, possono ucciderci.

Definiamo allora i rifiuti tecnologici: sono gli scarti di prodotti che usano l'elettricità (cavo o batterie) che vengono gettati via. Sono i nostri vecchi computer, telefoni, frigoriferi, frullatori, asciugacapelli, etc... che smettiamo di utilizzare e buttiamo perché guasti o per obsolescenza.

I rifiuti tecnologici sono un problema enorme per il pianeta: inquinamento di acqua e suolo con metalli pesanti (e conseguenti malattie), non biodegradabilità, occupazione di spazi con enormi discariche a cielo aperto (che noi occidentali preferiamo "nascondere" in Asia e Africa) con relativo sfruttamento di esseri umani senza adeguata formazione e protezione per la loro gestione.

Il peso dei rifiuti tecnologici nel mondo è pari a 53,6 milioni di tonnellate (circa 7,3 kg a persona) con un trend di crescita di circa il 38%. Senza un intervento tempestivo sulle cause, ci si aspetta di raggiungere i 74,7 milioni di tonnellate entro il 2030 (dati del 2019 - vedi fonti a fine pagina).

Per poter "visualizzare" questa quantità, pensiamo a 350 grandi navi da crociera piene di rifiuti.

I numeri ovviamente sono molto diversi nelle varie zone del mondo. A casa nostra, in Europa, produciamo circa 16,2kg a persona, mentre in Italia 17,5kg. Perché produciamo tanti rifiuti di questo tipo è abbastanza ovvio: soprattutto nei paesi occidentali e in fase di sviluppo, l'utilizzo di dispositivi elettronici è in costante crescita. Più si utilizzano, più di rompono e si buttano. A quelli rotti che non è possibile riparare, si aggiungono quelli che si buttano per "cambio tecnologico" (obsolescenza tecnica o percepita) o perché si rompono "per progetto" (obsolescenza programmata).

L'azione più ovvia di intervento su questi materiali è il riciclo che interviene quando un dispositivio vecchio viene correttamente smaltito. È un'attività utile perché aiuta a ridurre il volume e la quantità di rifiuti e permette di riutilizzare materiali preziosi inclusi negli elettrodomestici più comuni (oro, piombo, rame, silicio) risparmiando il consumo di risorse naturali (suolo, acqua). Il riciclo inoltre muove economie decisamente interessanti, ma purtroppo i numeri dei rifiuti riciclati sono ancora scarsi. Si ricicla solo il 17,4% dei rifiuti mondiali, a causa di un insufficiente processo di smaltimento e per le difficoltà tecniche nelle procedure di estrazione. Eppure questo piccolo valore corrisponde ad un ritorno di circa 10 miliardi di dollari, ad un risparmio di CO2eq di 2,9 milioni di tonnellate (solo in EU - vedi fonti a fine pagina) e un risparmio di CFC, purtroppo mai calcolato. Si stima che, riciclando il totale dei rifiuti mondiali si potrebbero ottenere 57 miliardi di dollari dal solo riutilizzo delle materie preziose, senza considerare tutti gli altri vantaggi e impatti positivi sull'ambiente e sulla salute degli esseri umani.

I due più grandi ostacoli al riciclo possono essere indirizzati soltanto da azioni politiche incisive, dalla ricerca e da un corretto comportamento di noi utenti.
La politica ha iniziato a percepire il problema e si muove con timidi approcci spingendo principalmente sulla fase di riciclo. Per esempio, in Italia, i rivenditori di apparati elettronici sono obbligati a ricevere (e correttamente smaltire) il vecchio dispositivo da buttare, ma ancora non tutti i cittadini conoscono e utilizzano questa opportunità e non tutti i rivenditori hanno interesse a proporsi. Eppure il corretto comportamento in tal senso è il passo fondamentale per iniziare la procedura virtuosa del riciclo.

Dal lato delle procedure di estrazione un interessante studio pubblicato su Material Horizons (una rivista scientifica di peer-review), propone una soluzione che potrebbe essere a basso costo e a basso impatto sugli operatori della catena del riciclo. Essi, soprattutto quelli delle grandi discariche mondiali, operano spesso con metodi a base di acido o di fuoco, bruciando materiali che non dovrebbero essere combusti, generando tossine ed altri scarti dannosi per loro e per l'ambiente. Anche qui la politica potrebbe e dovrebbe fare molto di più, ma ancora gli interventi (finanziamenti per la ricerca, rivisitazione della gestione delle discariche con accordi internazionali vincolanti, etc...) sono molto limitati.

Il riciclo in ogni caso, non è l'unica soluzione per i rifiuti. Come anche per gli altri tipi di rifiuti (plastica, scarti giornalieri, imballi, etc...), il comportamento più efficace è produrne sempre meno. Anche questo punto, si può raggiungere soltanto con una virtuosa collaborazione tra consumatori, aziende e politica.
Le aziende dovrebbero abbandonare completamente la logica dell'obsolescenza (percepita e programmata) producendo prodotti che durano più a lungo e che possano essere riparati. I consumatori dovrebbero premiare le aziende che effettuano queste scelte, acquistando i loro prodotti e scartando le altre che non contribuiscono al benessere di tutti. La politica infine dovrebbe agevolare le aziende virtuose con interventi mirati (sgravi fiscali? incentivi sulla ricerca? etc...) e costringere le più riluttanti ad adeguarsi ad una necessità che ormai non può più attendere.

Interessante in Europa è la direttiva "Ecodesign" (ECODESIGN DIRECTIVE). Una direttiva firmata nel 2009 che include tanti punti chiave per lo sviluppo e la commercializzazione in Europa dei prodotti (per esempio, la classificazione energetica e gli interventi per la riduzione del consumo di energia) e che, a Marzo 2021, ha affiancato la direttiva del "Right to Repair" costringendo di fatto le aziende a fornire le istruzioni di riparazione di qualunque prodotto a professionisti e privati e di garantir loro le parti di ricambio per almeno 10 anni. La direttiva è pregevole e si muove verso la giusta direzione, purtroppo ha avuto tempi non più compatibili con l'emergenza in cui ci troviamo, quindi richiederà un forte impegno nella verifica che le aziende si attengano a quanto richiesto.

A noi consumatori è richiesto lo sforzo principale: scegliere accuratamente ciò che compriamo comprendendo l'impatto che l'acquisto ha sulle nostre vite e poi intervenire e denunciare le aziende che non seguono le regole. Mai come in questo caso: chi non collabora, è complice!

 

FONTI:
Wikipedia
International Solid Waste Association
ONU University
Global e-waste monitor
Remedia
"Right to Repair" - norma EU