Ho percorso vialetti in un luogo dove la tecnologia non è una sequenza di istruzioni per un computer, ma uno strumento di libertà, un ponte tra generazioni, un atto di resistenza creativa. Questo luogo esiste, si manifesta a Bruxelles presso una università e si chiama FOSDEM – il Free and Open Source Software Developers’ European Meeting. Un evento che, ogni anno, trasforma Bruxelles nel cuore pulsante di una rivoluzione silenziosa. Quella di chi crede in un mondo digitale più etico, sostenibile e sovrano. Inutile dire che è aperto a tutti, tecnici e non, specialisti e non, anche semplici curiosi. Ancora più inutile aggiungere che l’accesso è gratuito.

Camminando tra i corridoi affollati della ULB, l’università che ospita l’evento, si percepisce subito qualcosa di speciale. Quest’anno citerei soprattutto il tempo meteorologico di Bruxelles, sole pieno, t-shirt a Gennaio, mamma natura è una geek.
Ma non è solo la folla a colpire, è la miscela unica di giovani hacker con lo sguardo acceso e sviluppatori con decenni di esperienza, tutti uniti dalla stessa febbricitante passione. C’è chi ha iniziato a programmare su un Commodore 64 e chi oggi scrive codice per salvare il pianeta; chi ha lottato per la privacy negli anni ’90 e chi ora costruisce alternative ai giganti del tech. Al FOSDEM, l’età non conta, è solo delirante la voglia di costruire qualcosa di diverso. Insieme. Perché “collaborazione” è la parola magica che guida noi tutti e va di pari passo con la parola che ha un valore più forte dell’aria “libertà”.
Ma cosa significa davvero “software libero”? Non è solo “gratis”. È libertà di studiare, modificare, condividere. È la possibilità di non essere ostaggi di algoritmi opachi o di piattaforme che decidono al posto nostro. È la certezza che, dietro ogni riga di codice, ci sia una comunità che lavora per il bene comune, non per il profitto di pochi. Al FOSDEM, questa filosofia non è teoria, ma pratica quotidiana. Si vede nei progetti presentati, nelle discussioni accese, nelle mani che si alzano per offrire aiuto. Si vede quando un neofita arriva e viene accolto, non importa se chi lo accoglie è alla tastiera dai tempi di Turing, tutti insegniamo e tutti impariamo. Siamo tutti esseri umani e siamo tutti figli e figlie di Aaron Swartz e fratelli e sorelle nel suo manifesto. La conoscenza è e deve essere libera a disposizione di tutti per rendere migliore l’umanità, non per essere il profitto di pochi.
La tecnologia oggi però non può più ignorare l’etica e la sostenibilità. C’è stato un tempo in cui si poteva accettare l’ignoranza, in cui si poteva accettare che alcuni non sapessero, non conoscessero, oggi non si può più. Se scegli di non farti domande di come gli strumenti che usi, gli abiti che indossi, il cibo che mangi arrivino tra le tue mani. Se non ti poni il dubbio che questi strumenti siano o meno etici e sostenibili, o se quando scopri che non lo sono ti giri dall’altra parte e non agisci per cambiare, sei complice. Chiaro, semplice, diretto, non c’è più spazio per i tentennamenti: hai scelto di essere dalla parte sbagliata della storia. E non puoi dire “Eh, ma è colpa della tecnologia”, no è colpa tua e della tua ignavia.
Al FOSDEM, questi temi, sostenibilità ed etica, non sono slogan, ma progetti concreti. Si parla di hardware riciclato, di data center a basso consumo, di software che riduce l’obsolescenza programmata. Si discute di come l’Europa possa (e debba) costruire una sovranità digitale, liberandosi dalla dipendenza da big tech straniere e promuovendo soluzioni aperte, trasparenti e rispettose dei diritti umani. L’Europa che desideriamo, un faro di libertà e di diritti civili e umani che non la indeboliscono, anzi la renderebbero così forte da far desiderare oggi a grandi potenze che fallisca come progetto. C’era quell’Europa in quelle caffetterie, a mangiare quei waffle burrosi e a parlare la babele delle lingue. Una Europa che crede, che non “spera” ma agisce, porta soluzioni concrete, alternative vere e interviene nei dibattiti dove si fa politica, dove si parla di sovranità.
La sovranità digitale non è un sogno. È una necessità. In un mondo dove pochi giganti controllano dati, infrastrutture e persino la democrazia, l’Europa ha l’opportunità di scegliere un’altra strada, quella del software pubblico, interoperabile, controllato dai cittadini. Al FOSDEM, si vedono i mattoni di questo futuro: dai sistemi operativi liberi alle piattaforme collaborative, dagli strumenti per la privacy alle reti decentralizzate. Ogni progetto è un tassello di un mosaico più grande, un’alternativa reale al modello estrattivo del capitalismo digitale.
Il FOSDEM è anche, e soprattutto, speranza. È vedere una ragazzina di 16 anni spiegare che vuole hackerare un dispositivo medico per renderlo accessibile a tutti e diversi adulti che le spiegano come si fa, invece di risponderle “Pensa a studiare”. È ascoltare un pensionato raccontare come ha creato una rete mesh per il suo quartiere e suggerire di documentarlo per farlo replicare altrove. È sentire un gruppo di studenti urlare “Yes, we can!” dopo aver presentato un progetto open source che potrebbe cambiare le sorti di una comunità.
Questa è la generazione di visionari: non aspetta il permesso, non chiede scusa, costruisce. E lo fa con gli strumenti del passato (il codice, la collaborazione, l’etica) per disegnare il futuro.
Non sono stata a un evento, sono stata a guardare il mio altro mondo possibile. Quello dove la tecnologia è al servizio delle persone, non il contrario. Dove l’innovazione non significa sfruttamento, ma condivisione. Dove la passione non è una parola vuota, ma il motore di una rivoluzione pacifica.
E se c’è una cosa che si impara, tra un talk e un workshop, è che questo futuro non è altrove. È qui, tra le mani di chi scrive codice con il cuore, di chi lo distribuisce e lo cura per tutti. È nel sorriso di chi, dopo anni di lotta, di lavoro silente, di giudizi sprezzanti da amici e parenti, di sorrisini compassionevoli, vede i suoi sogni diventare realtà. È nella certezza che, insieme, possiamo costruire qualcosa di meglio.
La prossima volta che qualcuno vi dirà che “il sistema non può cambiare”, per giustificare la sua ignavia e non sentire il giogo di aver scelto la schiavitù, pensate a questo articolo, venite al FOSDEM. E ridete, loro sono il passato e il cambiamento si sta già facendo.
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