PREMESSA: non uso Spotify come app per l’ascolto della musica, però ho un account gratuito. Lo uso principalmente per ascoltare i podcast produzione Spotify-only e poi, siccome i miei podcast vanno anche su Spotify, lo uso per controllare i miei episodi.
Ogni dicembre, Spotify ci regala il suo famoso Wrapped: una raccolta di statistiche, classifiche e insights sui nostri ascolti dell’anno. Pensavo in realtà che con i pochi ascolti fatti, il mio account avrebbe ricevuto un “daje su, ci sentiamo il prossimo dicembre”, invece no. Il mio wrapped è un’opera astratta di roba strana e a me sconosciuta. Se Spotify fosse una persona sarebbe quello studente che prega per avere “l’ultima domanda per la sufficienza”.
Cominciamo con l’introduzione, Spotify mi dice che io ascolto e lui conta. Ci credo, fornisce dei numeri possibili.
Prova inquadrarmi, ma, poverello, non ce la fa. Non voglio infierire, non ci riescono in molti a inquadrarmi, figurati lui. Ma poi si entra nel vivo: i generi che ho ascoltato di più.
Tra i generi più ascoltati da me, due colpiscono la mia attenzione.
Il “Sea Shanties” e il “Rockabilly”, sono andata a cercarne le definizioni su Wikipedia.
Sea Shanties è:
“Un canto marinaresco, è un tipo di canto di lavoro che era un tempo comunemente usato per accompagnare il lavoro a bordo dei grandi velieri mercantili.”
Rockabilly è:
“Un genere musicale sviluppatosi nei primi anni cinquanta. È una fusione tra bluegrass, country, boogie woogie e jazz, originaria del sud degli Stati Uniti d’America. Fra i precursori del rockabilly vi sarebbe anche una danza dell’Africa occidentale, il rak.”
Forse l’algoritmo ha confuso i miei ascolti con quelli di un mio vicino di casa, o forse ha deciso che ascoltare il silenzio fosse un sottogenere. Grazie, algoritmo, per avermi trasformato in un fan di un genere che non so nemmeno pronunciare correttamente. Eh, voi non li seguite scommetto. Siete imperdonabili.
Comunque l’amico non si ferma qui, cerca di adularmi.
Poi partiamo con le classifiche, prima i brani più ascoltati. E qui risulta che io abbia raggiunto vette inarrivabili ascoltando ben 2 volte (sì: DUE) un brano di Ruggeri, tale “Polvere”. Dovrei forse ascoltarlo altre 200 volte perché non ho la minima memoria del brano e di quando ho sentito per l’ultima volta Enrico Ruggeri. Di certo era il secolo scorso.
Ma ancora non siamo al meglio del meglio. Il massimo lo raggiunge quando mi dice che l’artista più ascoltato è Nathan Evans. A parte la filosofica domanda “Evans, chi era costui?”, ma la cosa più entusiasmante è che l’ho ascoltato per ben 10 minuti. Nathan, praticamente viviamo insieme. Comunque mio caro, le cose non ti vanno molto bene se io sono tra il top 29% degli ascoltatori.
In sostanza, è sicuramente possibile che io sia inciampata in qualcuna di queste canzoni e le ho saltate dopo pochi secondi, evidentemente Spotify conta anche i tentativi di fuga come ascolti.
Ora sono condannata a essere classificata come la “tizia che ascolta sea shanties ed è innamorata di Nathan Evans” nonostante la mia playlist “Rock e hard rock” pianga in un angolo.
Il Wrapped di Spotify è come uno specchio che ti restituisce un’immagine deformata: riconosci alcuni tratti, ma il risultato finale è grottesco. Continuerò ad ascoltare esattamente quello che voglio… anche se l’algoritmo insisterà a raccontare una storia diversa. Se vi capita di incrociare una tizia che ascolta solo musica per arpa celtica e rumori di balene, sappiate che è il mio account Spotify. Forse.
CREDITI FOTO/PHOTO CREDITS: screenshot del mio Spotify





