Questo articolo ha spezzato un po’ il mio piano editoriale, che è dedicato al FEDIVERSO e alle applicazioni e ai servizi che lo popolano. L’argomento però non poteva essere ignorato, non tanto per le implicazioni etiche e morali (di cui gente più autorevole di me ha già trattato), ma proprio per capire la logica degli algoritmi nei social.
Credo ormai tutti conosciamo il caso del gruppo “Mia moglie” su Facebook. Io l’ho appreso da fonti online, ma tra tante voci che commentavano il caso, mi ha colpita quella di un utente Linkedin a cui ho chiesto il permesso di inserire il suo post nel mio articolo.
Eccolo di seguito:
autore Andrea Antelao – link al post: https://www.linkedin.com/posts/andrea-antelao_facebook-32mila-uomini-che-condividono-foto-activity-7363555131201642497-xUfu?utm_source=share&utm_medium=member_desktop&rcm=ACoAAAKL4ScBHHNjQ3CVuCT6jMlJVsooEQKqQl0
Per un po’ dimentichiamo questo caso, non voglio aggiungere commenti, anche perché non saprei proprio controllarmi.
Se usate Facebook o altri social media, probabilmente vi sarà capitato di vedere post che sembrano accendere discussioni infinite, con commenti su commenti, magari anche polemiche accese che trascendono nei modi e nei toni, a volte arrivando perfino a minacce. Eppure nessuno sembra curarsene o intervenire e questo non è sempre un caso o una distrazione. Gli algoritmi che tengono in vita queste piattaforme – in particolare quelli di Meta, l’azienda di Facebook, ma non solo – hanno un interesse ben preciso: massimizzare il coinvolgimento, cioè “l’engagement”.
Ma perché? A cosa serve?
La risposta è semplice: più un post crea discussione, più resta visibile, più le persone ci passano tempo sopra, più Facebook accumula dati utili sulle abitudini, sui pensieri politici, religiosi e sociali, sui caratteri e modi di comunicare di chi interviene. Tutta questa mole di dati li aiuta a costruire per mostrarci annunci pubblicitari mirati, che sono la vera linfa economica del social e che volendo può rivendere o condividere coi suoi partner commerciali.
Per gli inserzionisti, i post con tanti like, condivisioni e commenti, ma soprattutto quelli che generano flame o discussioni accese, sono una manna perché attirano attenzione e visibilità gratuita. Mettere in pausa o censurare queste dinamiche, potrebbe andare contro l’interesse economico della piattaforma.
Qualcosa di simile è successo con il famigerato gruppo “Mia moglie” su Facebook. Creato nel 2019 e riattivato nel maggio 2025, il gruppo ha ospitato per mesi la pubblicazione di foto di donne senza consenso, causando indignazione e danni psicologici gravi alle vittime. Nonostante le segnalazioni e la natura illegale dei contenuti, Meta ha chiuso il gruppo soltanto dopo l’intervento formale della Polizia Postale, avvenuto ad agosto 2025.
Come mai un gruppo del genere ha potuto restare attivo per mesi?
La difesa “non ce ne eravamo accorti” non sta in piedi. Provate ad esporre una foto della Venere del Botticelli, un’opera d’arte che rappresenta la bellezza di una donna seminuda e probabilmente Facebook la oscurerà in tempi rapidissimi.
E allora come hanno potuto non “accorgersi” delle foto che circolavano in quel gruppo per mesi (da maggio ad agosto)? Credo piuttosto che hanno preferito “guardare altrove” probabilmente perché generava tantissimi commenti e coinvolgimento, interessando migliaia di iscritti. La lentezza nell’intervento evidenzia un problema noto: i social, pur censurando rapidamente contenuti innocenti o innocui (come avvenuto molte volte negli ultimi anni), a volte sono molto più tolleranti con post e gruppi che fanno rumore.
Esistono molti casi di “innocenti” penalizzati in tempi brevi, uno dei casi più recenti è la storia di Jago (Jacopo Cardillo) uno scultore di Frosinone le cui opere sono esposte nel cortile della Camera dei Deputati o altrove in luoghi pubblici e famosi. Le sue sculture rappresentano corpi, a volte nudi o seminudi, Jago ha raccontato che il suo ban da Facebook è abbastanza sistemico e a nulla valgono le sue richieste di sblocco, rimane “spento” a volte settimane, a volte mesi, senza poter ottenere una verifica. Jago non fa rumore, pur avendo tanti follower, non può competere con un gruppo indegno come “Mia moglie”.
Odio gli algoritmi? Sì. Con tutta me stessa. Non trovo sbagliato voler promuovere i propri prodotti e servizi, non trovo sbagliate le inserzioni e posso anche accettare che possano in qualche modo essere orientate. Per esempio: se ho un blog di libri, posso capire una pubblicità di corsi di scrittura, ma la profilazione così selvaggia, che pur di arrivare a conoscermi così bene, preferisce ignorare violenza, sopraffazione, reati… no questo non posso tollerarlo.
Dicono che Meta sta cercando, insieme alle altre big tech, il “giusto equilibrio” tra censura di innocenti e di moderazione. Be, io non lo vedo questo grande sforzo. Il gruppo di cui stiamo parlando è stato segnalato da decine di persone e a tutti è stata data la risposta “Non infrange alcuna regola”, solo dopo che una persona famosa ha denunciato alla polizia postale e che la polizia postale ha ingiunto di chiudere il gruppo, solo allora Meta si è mossa.
Ora rischia qualche multa, ma quanti soldi ha guadagnato in quei mesi in cui ha mantenuto quel gruppo attivo, nonostante le segnalazioni?
Attenzione, non è un processo a Meta, anche gli altri si comportano così. Ricordiamo tutti il bruttissimo incidente in macchina da parte di alcuni ragazzi appena maggiorenni che facevano challenge su YouTube, a seguito dell’incidente un bambino è morto. I video di quei ragazzi sono rimasti pubblicati su YouTube per altri 7-8 giorni dopo l’evento ottenendo milioni di visualizzazioni e di relativi introiti pubblicitari finché la polizia postale non ha ingiunto a Google di rimuoverlo. Chissà quanto altro tempo li avrebbero lasciati, senza questa richiesta. Certo, dopo Google ha fatto dichiarazioni dicendo che non tollera questo tipo di video, un po’ come Meta che ora va sventolando la propria prontezza ad intervenire in questi casi.
Mi dicono che non si può combattere, mi dicono che seppure lascio i social, continueranno a vivere e prosperare su questi comportamenti spregevoli. Mi dicono “è l’algoritmo bellezza”…
Be, io non mi arrendo. Voi che ci restate (immagino col naso tappato), almeno non stancatevi mai di segnalare!
CREDITI FOTO/PHOTO CREDITS: Pixabay.com + Linkedin (con permesso dell’autore del post)