Sì, lo confesso. Odio gli uffici.

PRE-PREMESSA: parlo di uffici in generale, è ovvio che non parlo degli sportelli di servizio al pubblico o di servizi tipo ospedali o caserme o simili. Ovviamente non parlo di negozi o locali pubblici che hanno specifiche necessità di presenza di personale (a volte anche a turni).

FINE PRE-PREMESSA
 
PREMESSA: ho lavorato in uffici tradizionali e poi in più moderni open space, in Italia e all'estero per circa 20 anni. Lavoravo per una multinazionale americana, quindi gli uffici sono sempre stati di ottimo livello e confortevoli. Quando poi ho avuto la mia azienda ho attrezzato personalmente l'ufficio garantendo un livello di comodità e di comfort che fosse adeguato secondo i miei standard (quindi caffeina always turned on!)
Ho incontrato al lavoro persone per me importantissime, amiche e amici che ancora mi sono vicini e mio marito.
FINE PREMESSA
 
Sarò chiara: se fossi l'imperatore del pianeta disporrei che tutti gli uffici esistenti vengano chiusi in un tempo massimo di 7 giorni (tempo tecnico per attrezzare le alternative).
Perché? Perché li ritengo il MALE ASSOLUTO
 
In primis: sono luoghi di aggregazione di persone che non hanno scelto di vivere gomito a gomito per buona parte della giornata, ma che vi sono obbligate. Già questa impossibilità di scelta, per me spirito ribelle, equivale alla tortura della goccia cinese. In più sono un'introversa, costretta a trascorrere tempo con chi non conosco e che non ho scelto di frequentare. Fatemelo fare per un tempo lungo (circa 10 ore al giorno) ogni giorno della mia vita: alla fine avrete uno zombie che circola nei corridoi degli uffici e che vorrebbe nutrirsi di carne umana straziando a morsi il proprio vicino di scrivania. 
Scusate, non volevo essere troppo truce, ma ci tenevo a rendere chiara la sensazione che ho vissuto negli uffici che ho frequentato negli anni (ok, colleghi sopravvissuti, ringraziatemi!).
Non che gli estroversi vivano situazioni migliori, perché devono convivere con noi assassini della convivialità che spegniamo gli entusiasmi e le passioni e il loro desiderio di volerci bene.
 
In secundis: l'anacronismo. Forse prima dell'avvento di internet la necessità di condividere spazi, linee telefoniche, archivi, macchinari, etc... era necessario, ma oggi? Ormai da almeno una ventina di anni, avremmo potuto tutti utilizzare nuove tecnologie e passare al remote working utilizzando gli uffici uno o due volte alla settimana per riunioni o incontri pianificati.
 

Senza alcuna intenzione di fare un accurato discorso sociologico, ragiono su quanto questi due punti portano conseguenze negative:


1) metti insieme tante persone in un unico luogo, il raffreddore di uno è il raffreddore di tutti! Oggi poi, in pieno allarme coronavirus, questo tema viene reso ancora più sensibile. Scherzi a parte, qualunque medico alle prime armi dirà che ambienti chiusi dove convivono tante persone sono malsani

2) le persone che devono raggiungere un ufficio tutti i giorni allo stesso orario, generano una serie di esigenze di mobilità che strangolano le città e costringono i comuni ai salti mortali per garantire mezzi pubblici o servizi adeguati.

3) andare in ufficio per molte persone è considerato fonte di stress per la convivenza forzata con i colleghi che non sempre garantiscono un ambiente sereno e collaborativo. Lo stress è uno dei principali fattori di rischio di molte malattie (cardiovascolari, gastriche, etc...), pensiamo a quanto "ci costa".

4) la produttività di una persona immersa in un ambiente malsano è sicuramente scarsa

Le obiezioni che vengono mosse all'utilizzo di soluzioni tipo telelavoro, che invece hanno dalla loro evidenze di ricerche scientifiche e sociologiche, sono di solito due (o almeno sono riconducibili alle seguenti due):
 

Come lo costruisci il teamwork? Se le persone non si incontrano e non si scambiano informazioni è IMPOSSIBILE costruire una squadra. Quindi in genere si tengono le persone in uffici e poi, quando stanno per sbranarsi, chiami dei consulenti esterni che ti suggeriscono di fare la cena sociale obbligatoria che li costringe a stare ancora insieme rinunciando a del tempo libero da trascorrere con la famiglia e gli amici. Ovviamente, questa, è una obiezione capziosa. Chiunque abbia un minimo di competenze sul team building sa che non è certo la vicinanza fisica che trasforma un insieme di persone in un team. Una squadra si costruisce grazie ad un lavoro di pianificazione di obiettivi, che devono essere chiari, raggiungibili e condivisi da tutti. Ciascuno deve sapere con esattezza cosa ci si aspetta da se stesso e dagli altri, avere chiari ruoli e responsabilità. Ognuno deve sentirsi coinvolto e deve ricevere la debita fiducia per garantire agli altri componenti del gruppo la stessa fiducia. Ogni persona che sa cosa deve fare e cosa devono fare gli altri sarà un attore consapevole in un gruppo e contribuirà a portare avanti gli obiettivi del gruppo. E' giusto che esistano momenti di aggregazione, formali (riunioni, verifiche dei risultati, riunioni straordinarie in occasione di problemi o di imprevisti, etc...) o informali (il pranzo insieme, l'aperitivo o la cena ogni tanto), ma non richiedono una presenza quotidiana e asfissiante. Parlarsi nel millennio dell'iper-comunicazione non è certo un problema, esistono le chat, le videochiamate e le videoconferenze. Pensare che buttando un gruppo di persone in uno spazio chiuso farà nascere una squadra per qualche strana alchimia... beh, la vedo la tipica strategia del capo incapace

 

Come controllo che le persone che lavorano per me stanno effettivamente lavorando per me? Se devono stare davanti al computer per 40 ore settimanali, come faccio a sapere che non sono state in bagno per più dei fisiologici 10 minuti? E se facessero la telefonata di troppo al figlio che ha l'influenza? Come faccio a saperlo ed eventualmente a trattenere dallo stipendio i 10minuti di improduttività? Già il fatto che un imprenditore si faccia questa domanda, si traduce in una assenza di fiducia nelle persone da lui assunte e porterebbe alla domanda "Ma allora perché le hai assunte?", nonché lo posizionerebbe più o meno nel contesto storico dei primi dopoguerra, cioè circa 80 anni fa... Comunque non sono ingenua, so benissimo che può capitare di avere dipendenti infedeli o magari soltanto poco produttivi che dovrebbero essere aiutati a lavorare meglio o se impossibile, allontanati e sostituiti. Ma se la soluzione alla produttività è camminare avanti e dietro alla sedia del malcapitato per costringerlo a lavorare di più, beh, lasciatemi dire che siamo ben lontani dalla soluzione efficace. Il "controllo" può essere fatto tranquillamente sugli obiettivi raggiunti o meno, come dimostrano aziende (anche molto grandi) che ormai hanno abolito completamente l'orario di ufficio tradizionale e lo hanno sostituito con telelavoro, orario flessibile e giorni di ferie non calcolati. Parlo di aziende con fatturati di milioni di dollari in crescita anno su anno.

 
La morale di tutto ciò: gli uffici li chiuderei, perché sono fuori dal tempo e non più giustificati. Generano un impatto sociale e ambientale nelle comunità di riferimento che potrebbe essere tranquillamente evitato. Non migliorano la produttività individuale o dei gruppi, ma anzi in molti casi la peggiorano.
Le soluzioni alternative esistono già da decenni e possono essere implementate in tempi e con costi molto limitati.
Basta uno spazio di coworking per le riunioni pianificate e qualche area per il lavoro condiviso e/o individuale per gli irriducibili che da casa non possono o non vogliono lavorare.
Basta avere le idee chiare e chiari gli obiettivi che i propri dipendenti dovranno raggiungere con strumenti tecnologici adeguati per il lavoro individuale e condiviso.
 
Basterebbe avere imprenditori lungimiranti, innovativi, che credono nel proprio progetto, che sanno trasformarsi da padroni di un gregge a leader
Questo ultimo forse è il punto più difficile da raggiungere, è più facile dar la colpa ad un lavoratore svogliato e poi alla sfortuna che ci fa trovare "tutti lavoratori svogliati" piuttosto che chiederci: "Ma magari sbaglio qualcosa io?". 
 
Imprenditori, siate audaci, fatevi questa domanda! E la convivenza coatta... lasciatela ai carcerati...




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