ESSERE o NON essere un freelance

Sono un freelance. Avevo, ad inizio 2020, un paio di importanti progetti da far partire che a causa della quarantena sono stati posticipati, molto posticipati. Questo, pur non gettandomi sul lastrico e riducendomi alla fame, mi ha causato uno stato di ansia e di necessità di integrare le mie economie con altri progetti più a breve termine.

Su questo stato di ansia, un progetto per il quale mi reputavo molto adatta e che mi aspettavo di trasformare in un contratto senza grossi problemi, non solo ha ricevuto un rifiuto, ma è stato assegnato ad altri. Sarà stato lo stato di ansia, saranno i 50 anni che hanno bussato, sarà stato il lockdown... ho incassato davvero male la sconfitta, nonostante so bene per esperienza che non tutte le candidature si traducono in fatturati.

Dopo essermi resa odiosa a tutte le persone a me vicine, ho pensato di distrarmi e di fare una passeggiata per schiarire le idee. Lo faccio sempre quando non riesco a risolvere un problema.

Ho portato le mie frustrazioni al mare in solitudine. Di fronte all'orizzonte ho ricordato quanto fosse gradevole la sensazione di benessere e sicurezza che avevo quando ero dipendente di una multinazionale, ormai 15 anni fa. Sapere che a fine mese, cascasse il mondo, avrei avuto uno stipendio. Quanto sono stata stupida a lasciare e a scegliere questa vita di incertezza e ansia? Gli altri colleghi che se ne sono accorti in tempo almeno hanno potuto tornare sui loro passi, ma ora chi vorrà più me, a 50 anni?
Sono un problem solver e di fronte a questo caso ho disegnato un piano. Per trovare un lavoro da dipendente avrei potuto chiamare tutti i miei contatti, i miei clienti, i miei ex-colleghi, nella mia testa ho abbozzato anche una lista di potenziali telefonate a cui dare la priorità. Ho una buona credibilità e una grande e variegata esperienza, avrei spiegato la situazione, certo avrei dovuto accettare qualunque lavoro, ma lo avrei fatto, ho una figlia e tante spese, ho fatto un respiro profondo e sono tornata ad osservare il mare.

Dicevo che sono un problem solver e, senza modestia, sono molto brava. Ho notato subito che stavo commettendo un errore: non avevo definito precisamente il problema.

Quando si lavora per tanti anni sulla risoluzione di problemi, si sa che il primo passo è quello dell'identificarlo e definirlo nel modo più preciso possibile. Molto spesso nei centri di supporto arrivano richieste tipo: "X non funziona!" e la prima cosa da fare è capire cosa è esattamente X e se davvero non funziona, perché potrebbe semplicemente essere il caso che l'utente non abbia capito come far funzionare X e quindi, spiegandoglielo, tutto si risolve.

Allora sono tornata sul mio problema: è davvero quello? Ho davvero sbagliato a diventare un freelance? Devo tornare sui miei passi, con 15 anni di ritardo?

La risposta è NO.

Io SONO un freelance, non FACCIO il freelance. Insieme al benessere e alla sensazione di sicurezza, nel mio essere un dipendente c'erano anche cose che non facevano per me. L'impossibilità di gestire in piena autonomia il mio tempo e le mie priorità, per esempio, insieme all'impossibilità di poter vedere crescere mia figlia per un rifiuto (ottuso, ho sempre pensato) di convertire l'azienda in smart working. L'impossibilità di scegliere con chi lavorare, i colleghi, ma anche i clienti. Dover soprassedere su scelte che erano in disaccordo con i miei principi e la fatica immane di dover sempre dimostrare di essere meglio di un uomo, per avere un equo trattamento economico e di carriera.
L'ottusità di misurare un lavoro in termini di solo tempo e non di valore. Tutto questo mi ha fatto scattare la molla del lasciare quella sensazione di sicurezza. La "gabbia dorata" è stata difficile da aprire, ma solo fuori da essa ho potuto godere di ciò che profondamente credo: lavoro e vita devono intrecciarsi per poter garantire la felicità.

Un mio contatto su Linkedin (Christopher Hummel) ha scritto questo post, una specie di "pacca sulla spalla" per i momenti bui.

Christopher Hummel - FITTEAM - Linkedin Profile



Chi "FA il freelance" pensando che diventerà molto ricco o convinto che lavorerà meno, meglio che torni indietro al più presto. Non è così. Si è sempre al lavoro perché "il lavoro sei tu" e i soldi, oggi arrivano e domani no. L'incertezza del mercato, le tasse, i clienti che non pagano o pagano in ritardo, le responsabilità, gli adempimenti, gli errori, i rifiuti...quanto pesano i rifiuti...

Solo un pazzo può amare una vita del genere o una pazza che è disposta, a 50 anni, a leccarsi le ferite che si rimarginano sempre con più difficoltà, ma che non può essere diversa da così.

Tornando ad oggi: ho un problema. Un problema serio e importante, economico e di contratti insufficienti, ma certamente non è quello di trovare un modo per tornare ad essere un dipendente. Perché SONO un freelance, che sa bene che questo tipo di vita porta tante soddisfazioni, ma si pagano in ansia e preoccupazioni. Si pagano con momenti come questi, in cui viene un po' da piangere, ci si sente soli, inadeguati e incompetenti, si sente di non farcela, ma si può piangere di fronte al mare.

No, non mi pento delle scelte che ho fatto, neanche in un momento così brutto.
Sono scesa dagli scogli, ho abbracciato e chiesto scusa alla famiglia per essere stata antipatica e sono tornata alla scrivania per un nuovo giorno di lavoro.

Sono un problem solver e adesso, dopo aver identificato il problema con precisione (mi servono nuovi contratti), troverò una soluzione.



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