Remote e smart (working): inganno anglosassone

Partiamo dal lessico.

Remote working in italiano si può tradurre in "tele-lavoro" o "lavoro da remoto".

Smart working invece si traduce con maggiore difficoltà. Il termine "smart" in inglese ha delle sfumature difficili da ricondurre in un'unica parola. Smart vuol dire intelligente, ma più nella sua accezione di brillante, sveglio, di risposta pronta, arguto. Tradurre questo termine in italiano associandolo alla parola lavoro è complesso. Spesso infatti non si fa o si traduce con "lavoro agile".

Gli anglosassoni sono gente pragmatica, non userebbero mai due parole diverse per indicare la stessa cosa, sarebbe un'ingiustificata perdita di tempo e di energie. Se usano "remote" e "smart" vuol dire che queste due modalità di lavoro sono tra loro diverse, anche se noi, quando le traduciamo le intendiamo come interscambiabili.

Vediamo perché e come sono diversi.

E' facile comprendere che un lavoro che si fa da "remoto" è lo stesso lavoro che si farebbe in un ufficio, solo che viene svolto con le stesse modalità e tempi in un luogo diverso da quello solito (in un ufficio diverso, a casa o quando sei malato dal letto di ospedale - scherzo, beh, almeno spero).
Per fare esempi concreti: se sei un impiegato di una assicurazione e ti occupi della liquidazione delle polizze e hai un ufficio nella città TaldeTali con orario di ufficio dalle 9:00 alle 18:00 e ti spostano in tele-lavoro, continuerai a svolgere il tuo lavoro seguendo le stesse procedure, sempre dalle 9:00 alle 18:00, solo che lo svolgerai da un'altra sede o da casa o da altrove.
Quale sarà la differenza con il lavoro tradizionale? Il luogo dove fisicamente ti trovi e, probabilmente, qualche strumento tecnologico che l'azienda ti metterà a disposizione per svolgere il tuo lavoro da remoto (laptop, connessione VPN, qualche SW particolare, etc...).
Cosa è richiesto al lavoratore? Di imparare a usare questi strumenti.
Cosa è richiesto al datore di lavoro? Di provvedere a identificare e fornire gli strumenti per poter essere collegato e svolgere il tuo lavoro nel tempo che è previsto.

Passiamo ora allo "smart", termine di cui si è molto abusato in periodo di coronavirus. "Smart" working non vuol dire soltanto "lavorare da lontano" o "in un altro ufficio". Vuol dire ridisegnare l'idea di lavoro del dipendente e/o del reparto o del gruppo di lavoro, se non dell'intera azienda. Affinché il lavoro sia "smart" l'imprenditore deve trasformare i processi aziendali e ricondurli ad attività che possano essere svolte con persone che lavorano con obiettivi di qualità e quantità piuttosto che a tempo. Un lavoratore in "smart-working" è un lavoratore che ha chiara l'attività da svolgere, le scadenze e le tempistiche e la qualità che ci si aspetta e che è in grado di svolgerla rispettandole, inoltre è in grado di interagire con i propri colleghi, dipendenti o superiori con tempismo in caso di problemi e/o di interazioni necessarie. Non timbra un cartellino, ma svolge le proprie attività negli orari a lui più consoni, sapendo che dovrà garantire degli standard di servizio specifici per il lavoro di sua responsabilità. Il lavoro "smart" potrebbe cambiare proprio come processo rispetto a quello effettuato in ufficio: utilizzando strumenti tecnologici, ma anche nuove tipologie di flussi aziendali, nuovi metodi di comunicazione. Richiede una maggiore organizzazione e anche disciplina e puntualità affinché le persone possano incontrarsi e condividere quando serve tempo e informazioni. 

 Diciamolo francamente: lo "smart-working" non è per tutti.
Prima di tutto esistono delle attività che non possono essere esterne dall'ufficio (per esempio: i commessi di vendita di un negozio, gli operatori di una mensa, etc...). Inoltre esistono delle attività che pure se posono essere svolte in altra sede, devono comunque essere svolte in precisi orari per coprire specifici turni (per esempio: assistenza tecnica, call center, etc...).
Infine, la motivazione più complessa: per fare un lavoro "smart" bisogna ESSERE "smart".

L'imprenditore che si è sempre visto come un Dio-padrone che considera i suoi dipendenti come stupidi che devono eseguire senza pensare, non è "smart".
Il lavoratore che fa un'attività cercando di fare il meno possibile purché si arrivi al giorno di paga, non sarà mai "smart".

"Smart" è l'azienda in cui l'imprenditore ha le idee chiare, fiducia in chi ha scelto e chiari gli obiettivi e le responsabilità di ciascuno e li sa comunicare. "Smart" è l'azienda che sceglie i propri dipendenti in base alle competenze, ma anche in base alla passione e al senso di responsabilità e alle qualità umane di chi assume. "Smart" sono le persone che amano il proprio lavoro perché non hanno bisogno di un cartellino per sapere che devono svolgerlo.

E voi, siete in smart-working o in remote-working?


Credits per la foto: concessione gratuita di Arek Socha su Pixabay