ESSERE o NON essere un freelance

Sono un freelance. Avevo, ad inizio 2020, un paio di importanti progetti da far partire che a causa della quarantena sono stati posticipati, molto posticipati. Questo, pur non gettandomi sul lastrico e riducendomi alla fame, mi ha causato uno stato di ansia e di necessità di integrare le mie economie con altri progetti più a breve termine.

Su questo stato di ansia, un progetto per il quale mi reputavo molto adatta e che mi aspettavo di trasformare in un contratto senza grossi problemi, non solo ha ricevuto un rifiuto, ma è stato assegnato ad altri. Sarà stato lo stato di ansia, saranno i 50 anni che hanno bussato, sarà stato il lockdown... ho incassato davvero male la sconfitta, nonostante so bene per esperienza che non tutte le candidature si traducono in fatturati.

Dopo essermi resa odiosa a tutte le persone a me vicine, ho pensato di distrarmi e di fare una passeggiata per schiarire le idee. Lo faccio sempre quando non riesco a risolvere un problema.

Ho portato le mie frustrazioni al mare in solitudine. Di fronte all'orizzonte ho ricordato quanto fosse gradevole la sensazione di benessere e sicurezza che avevo quando ero dipendente di una multinazionale, ormai 15 anni fa. Sapere...

Remote e smart (working): inganno anglosassone

Partiamo dal lessico.

Remote working in italiano si può tradurre in "tele-lavoro" o "lavoro da remoto".

Smart working invece si traduce con maggiore difficoltà. Il termine "smart" in inglese ha delle sfumature difficili da ricondurre in un'unica parola. Smart vuol dire intelligente, ma più nella sua accezione di brillante, sveglio, di risposta pronta, arguto. Tradurre questo termine in italiano associandolo alla parola lavoro è complesso. Spesso infatti non si fa o si traduce con "lavoro agile".

Gli anglosassoni sono gente pragmatica, non userebbero mai due parole diverse per indicare la stessa cosa, sarebbe un'ingiustificata perdita di tempo e di energie. Se usano "remote" e "smart" vuol dire che queste due modalità di lavoro sono tra loro diverse, anche se noi, quando le traduciamo le intendiamo come interscambiabili.

Vediamo perché e come sono diversi.

E' facile comprendere che un lavoro che si fa da "remoto" è lo stesso lavoro che si farebbe in un ufficio, solo che viene svolto con le stesse modalità e tempi in un luogo diverso da quello solito (in un ufficio diverso, a casa o quando sei malato dal letto di ospedale - scherzo, beh, almeno spero).
Per fare esempi concreti: se sei un impiegato di una assicurazione...

Sì, lo confesso. Odio gli uffici.

PRE-PREMESSA: parlo di uffici in generale, è ovvio che non parlo degli sportelli di servizio al pubblico o di servizi tipo ospedali o caserme o simili. Ovviamente non parlo di negozi o locali pubblici che hanno specifiche necessità di presenza di personale (a volte anche a turni).

FINE PRE-PREMESSA
 
PREMESSA: ho lavorato in uffici tradizionali e poi in più moderni open space, in Italia e all'estero per circa 20 anni. Lavoravo per una multinazionale americana, quindi gli uffici sono sempre stati di ottimo livello e confortevoli. Quando poi ho avuto la mia azienda ho attrezzato personalmente l'ufficio garantendo un livello di comodità e di comfort che fosse adeguato secondo i miei standard (quindi caffeina always turned on!)
Ho incontrato al lavoro persone per me importantissime, amiche e amici che ancora mi sono vicini e mio marito.
FINE PREMESSA
 
Sarò chiara: se fossi l'imperatore del pianeta disporrei che tutti gli uffici esistenti vengano chiusi in un tempo massimo di 7 giorni (tempo tecnico per attrezzare le alternative).
Perché? Perché li ritengo il MALE ASSOLUTO
 
In primis: sono luoghi di aggregazione di persone che non hanno scelto di vivere gomito a gomito per buona parte della giornata, ma che vi sono obbligate. Già questa impossibilità di scelta, per me...